Mi ritengo fortunato, molto.
Pantaloncini, canottiera, scarpe da Jogging con calzettoni. Lego la moto al palo. Poso il casco nel bauletto e mi metto la ginocchiera alla gamba destra, quella senza un menisco, asportato tanti anni fa.
Mi guardo intorno, un bel respiro e comincio a correre, con un ritmo lento e cadenzato.
Quanto è bello essere qui, nella zona archeologica più bella del mondo: l’Appia Antica. Sono nato a poche centinaia di metri da qui e in questa zona sono cresciuto senza abbandonarla mai. Io non sono dovuto emigrare o prendere gommoni per attraversare un mare infido, seguendo la speranza di una vita migliore.
Sotto i miei piedi le grandi lastre che pavimentano la “regina viarum”, con i solchi lasciati dai carri che l’hanno percorsa in centinaia e centinaia di anni. Correrci sopra non è facile ma in alcuni punti non se ne può fare a meno. Dove posso corro ai lati, calpestando aghi di pino caduti dai rami degli alberi che ornano questa via per vari chilometri. Nella calda serata romana l’odore della resina giunge al mio cervello e mi ricorda quando mamma mi portava alla Villa delle Tombe latine, all’inizio di Via Arco del Travertino a poche centinaia di metri da qui, a raccogliere pinoli.
Sono molto fortunato.
Ai lati della strada si affacciano cancelli di ville private (?) e mi chiedo come dei privati possano essere entrati in possesso di aree così importanti per l’umanità e quali scempi sono stati e continuano ad essere fatti. Ma faccio cadere subito questa idea: non voglio amarezze in un momento così bello. Il sole sta tramontando ed è quasi basso sull’orizzonte e la mia ombra si allunga a dismisura.
Campi di vegetazione naturale e coltivati e questo effluvio totale e persistente di profumi che mi inebriano. Si, io sono nato qui ed ora ho ancora la fortuna di goderne. Corro con il fiato che si fa corto ma, ad ogni rapido respiro, penso all’aria che mi sta entrando nei polmoni e che diventa parte di me. Le pietre bianche di alcune sculture quasi illeggibili ed i mattoni delle tombe, pietre miliari, piccoli uccelli che mi volano davanti e si posano ad aspettarmi fino a che la distanza di guardia non diventa troppo piccola per cui volano via, alcuni lanciando piccoli versi e stridii.
Il grande silenzio interrotto dai miei passi rapidi e lo sguardo che riesce ad andare per molte centinaia di metri ai lati e davanti a me, su questa strada che, in questo tratto, è perfettamente dritta, come amavano fare gli Antichi romani, che non erano persone che si perdevano in sciocche varianti ed andavano dritti allo scopo con enorme competenza ingegneristica. Che abbiamo noi di loro? Ben poco più.
Corro, ed il sudore mi riempie il viso. Gli occhi mi pizzicano un po’ e dentro di me sono veramente felice. Posso ancora correre (alla mia età), posso vedere queste bellezze e goderne. Un momento magico.
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